Pithekoussai e il mito di Tifeo

Tifeo e il vulcanesimo

L'isola di Ischia è di origine vulcanica, come tutti i siti della zona a nord dei monti della Campania, ovvero il Vesuvio, i Campi Flegrei e le isole di Procida e Vivara.

Quale personificazione del vulcanesimo, sorse il mito greco di Tifeo, il gigante ribelle confinato da Zeus  sotto l'isola di Pithecusae, che erutta fuoco rendendo calde le acque e che, con il suo irrequieto agitarsi, provoca terremoti.

Il Gigante Tifeo incatenato sotto l'isola d'Ischia (da Camillo Eucherio de Quintiis, Inarime seu de balneis Pithecusarum, Napoli 1726)

Tifeo, come narra  Esiodo nella Tifonomachia, ritenuta spuria da molti critici, ai vv. 820-860, è figlio del Tartaro e di Gaia, la quale lo genera con l'intenzione di farne l'oppositore di Zeus e il vendicatore di Crono, al quale voleva fosse restituito il trono degli dei. Il suo aspetto era quello di un mostro dalle cento teste di serpente, dagli occhi ardenti e dalla voce "ora di un toro superbo, alto muggente, dalla forza infrenabile, ora somigliante alla voce di cani, meraviglia ad udirsi, ora infine fischiava e ne echeggiavano le grandi montagne". Il gigante, fedele alle consegne materne, si ribella a Zeus, il quale, irato nel cuore, dopo un'aspra lotta, lo getta "nel Tartaro ampio".

Localizzazione di Tifeo presso gli autori antichi

Al mito di Tifeo accenna già Omero nell'Iliade (II, 780-783), collocando però la sua sede nella terra degli Arimi.

Ma andavano gli armati come se l'intero terreno ardesse
e sotto gemeva per l'ira la terra per l'ira di Zeus che avventa i fulmini
quando sferza la terra intorno a Tifeo fra gli Arimi,
dove si dice Tifeo abbia il letto.

Fra gli Arimi lo si trova anche nella Teogonia di Esiodo (295-308), quando si unisce in amore con Echidna, mostro metà fanciulla e metà terribile serpente, attraverso la quale "concepì figli dal cuore violento" .
In genere gli antichi identificavano  il nome Arimi con la regione dei vulcani di Cilicia, anche se Strabone (XIII,626 e sgg.) afferma che per alcuni gli Arimi sono in Cilicia, per altri in Siria, altri identificano, invece, gli Arimi con Pithecusa poiché scimmia in lingua etrusca si dice arimos.

Secondo il poeta Pindaro (Pitiche, I, vv. 13-28), come già Eschilo (Prometeo incatenato, vv. 351-372), il gigante Tifeo giaceva sotto l'intera regione compresa tra l'Etna e Cuma, collegando in tal modo i fenomeni vulcanici campani con quelli della Sicilia.

Per vari autori latini, a partire da Virgilio (Eneide, IX, 715-713), invece, la sede di Tifeo è  Ischia.

Tum sonitu Prochyta alta tremit durumque cubile
Inarime Jovis imperiis imposita Typhaeo.

Allora per il rimbombo tremano l'alta Procida e Inarime
duro letto imposto da Giove a Tifeo.

Pithekoussai Testa di ponte del mito di Tifeo in Occidente

E' lecito chiedersi, a questo punto, come questo mito, le cui origini comunemente ammesse sono cilicie o semplicemente asiatiche, sia giunto ad Ischia.
A questa domanda risponde Giovanni Castagna in un ampio articolo ("Pithekoussai Testa di ponte del mito di Tifeo in Occidente" in La Rassegna d'Ischia 6/98, pp. 3-9). 
Osservava già  Buchner (G. Buchner, Pithecusae nell'VIII sec. a.C.: crocevia del mondo antico, in "Museo Archeologico di Pithecusae Isola d'Ischia, Itinerari a cura di G. Buchner e C. Gialanella". Istituto Poligrafico Zecca dello Stato, Roma 1994, p. 17) che tra i Pitecusani dell VIII secolo circolavano persone di cultura letteraria che ben conoscevano la poesia epica; sarebbe proprio grazie agli Eubei di Pithecusae che le popolazioni etrusche, latine e italiche del Lazio e della Campania vennero per la prima volta in contatto con la cultura greca e con l'arte orientale E' più che verosimile che i Greci introducessero a Pithekoussai la conoscenza dei poemi omerici, come provano alcuni vasi locali in cui compaiono iscrizioni e decorazioni collegate alla guerra di Troia (la cosiddetta "coppa di Nestore"  e lo stampo con "Aiace che porta il corpo morto di Achille"); non deve stupire, pertanto, che siano circolati nell'isola i miti teogonici orientali e che, data la natura vulcanica dell'isola, una particolare risonanza avesse quello del "gigante dei vulcani", magari anche quello originario dell'Ullikummi anatolico (una sorta di prototipo ittita del Tifeo esiodeo) che presso i Greci, con altro aspetto e altro nome, entra a far parte di un ciclo mitico ed epico. D'altra parte, come afferma Ridgway (op. cit, p. 57), la diffusione della cultura orientale, fenomeno tipico del VII secolo a. C. nella terraferma italiana, ebbe come suo primo centro propulsore la Pithekoussai prima dell'abbandono alla fine del sec. VII; perciò anche leggende, miti teogonici e cosmogonici, importati dall'Oriente, dovettero nel passaggio in Occidente, almeno transitare per Pithekoussai; leggende che nei testi troviamo definite come "cumane" sono, dunque, da intendersi, forse, come "pithekoussane" o "pitekoussano-cumane".

Pithekoussai fu, nell'VIII secolo a.C., il "crocevia del mondo antico" (G. Buchner, op. cit.) ed ebbe contatti anche con quelle regioni, come Siria settentrionale, Cilicia e Rodi,  attraverso le quali è avvenuta la trasmissione, dall'Oriente all'Occidente, dei miti teogonici e cosmologici.

"Il primo a localizzare sotto l'Etna Tifeo, pur definendolo cilicio, fu Pindaro (...). Per Pindaro, Tifeo, tuttavia, giace sotto tutta la regione vulcanica che si stende da Cuma all'Etna."  Nei suoi versi appare il paesaggio cumano, visto dal mare con le colline che la dominano e queste colline sono circondate dai flutti, come appaiono a chi le guardi dal mare o alla lontana. "Forse, cumani o pitecusani hanno così descritto quel paesaggio al poeta, e gli hanno parlato del Gigante che sputa fuoco, al quale egli diede subito il nome di Tifeo, quando, chiamato da Gerone per cantare la sua gloria ai piedi del vulcano, nella città sorta quasi sotto il fuoco del cratere, abbia unito in un'ampia visione le colossali bocche per mezzo delle quali il Gigante sputando fuoco appariva all'immaginazione degli uomini."